Calais, 1 ottobre 2016 / digital color pictures

 

 

Giovedì 29 settembre il prefetto di Pas-de-Calais ha vietato il corteo organizzato dalla Coalition internationale des sans-papiers et migrants (CISPM), che dalla Giungla doveva raggiungere il delizioso centre ville di Calais nel primo pomeriggio di ottobre. Si fa ricorso ma il pomeriggio del 30 il tribunale amministrativo di Lille conferma il divieto «de toute manifestation revendicative en lien avec la question des migrants à Calais, Sangatte, Coquelles, Fréthun et Marck-en-Calaisis».
I 4 pullman in partenza da Parigi partono lo stesso per il corteo all’alba del primo ottobre. Scortati lungo il tragitto, vengono fermati nell’area di servizio di Setques, presso il casello dell’A26. “Controllo dei documenti a tutti i passeggeri o tornate da dove siete venuti”. I viaggiatori rifiutano, improvvisando un sit-in nell’area di servizio. Lì dove devono restare, almeno fino alla fine di una manifestazione non acconsentita.
Noi siamo fortunati e avendo preso in prestito una macchina dall’aspetto plurifamigliare, nessuno ci ferma.
Un autoctono ci spiega come raggiungere “la jungle”: “È facile”.

 

Il corteo non autorizzato composto di viaggiatori non autorizzati è lì, appena dopo le pallide villette a schiera, tra la giungla e quel bel cavalcavia grigio decorato dai nuovi e bianchi muri di filo spinato.
Sopra il cavalcavia i gendarmi-cecchini han pronta la mira e il fucile carico di flashball, i gendarmi-commoventi han pronte le scariche di gas, i gendarmi-registi hanno acceso le telecamere tascabili. Dietro la collina son pronte le camionette dei gendarmi-automobilisti. Sul piano della strada i gendarmi-più-allenati son pronti alla carica.
Una parte subito, senza causa apparente, ci spinge e travolge. Anche il gas arriva subito, in quantità. Le granate di lacrimogeno (700 in quel pomeriggio, secondo il sindacato della Polizia SGP-FO) si susseguono per ore. Sparate sul corteo, sui campi, sulla giungla, sulle sue abitazioni.
Il corteo fugge, rimanda le scariche oltre il muro, torna costantemente sulla linea del fronte. Alcune fronde riemergono a tratti dal campo. Ma lo slogan scandito è uno solo: “UK, UK, UK!!!”. E pure la bandiera è una sola, quella Gran Bretagna sfilacciata, sorretta a più mani, che riemerge da ogni fitta nuvolaglia di gas.
Piove spesso e tanto, ma i gendarmi-idratanti ritengono comunque opportuno usare anche gli idranti. L’esubero di applicazioni è la forza del presente.
Quando gli spari si fan fitti si corre più lontano. Ci ripariamo nelle ruelles della giungla. “Andate nell’“hotel” qui dietro”, ci consigliano molti abitanti della giungla, “non state qui a prendervi la pioggia”. Altri aprono la porta di casa.

 

Tutta la giungla è un’ode ironica a Madame UK. ‘Cause “all we want is just to have a cup of tea in London”, è scritto su una tenda con una faccia felice.
“Adesso metto una foto della manifestazione su facebook. Ma lo sanno che è un gioco, e domani si dimentica… Ci ha fatto tante promesse, but England is smart, it’s never worried”, ci dice un abitante.
Un altro abitante dichiara ad un giornalista indipendente: “siamo solo capitale”. Ed eccolo, anche lui schiacciato sotto al cavalcavia, il mago del capitale. Il genio visionario, il più affamato, il più arrabbiato, Mister Jobs riconsegnato da Banksy al posto che gli spetta, con antico mac in una mano e un sacco nero da Calimero sulle spalle. (almeno fin quando la giungla distrutta non potrà riconsegnare al capitale artistico anche quel pezzo di muro). (Cazeneuve ha ri-promesso di smantellare la giungla entro l’autunno. Smantellare e disperdere, si dice).
Camminiamo per la giungla. Accanto alle tende vecchie si ergono i bianchi container per il numero di abitanti concesso. Hanno una piccola finestra, hanno le grate attorno, hanno gendarmi-sportivi sempre in cerca di qualcuno o qualcosa, che corrono e rincorrono nei piccoli corridoi delle scatole-prigione.

 

Si dice che nella giungla abitino diecimila viaggiatori in attesa.
Un’attesa scandita ogni giorno da 200 lacrimogeni circa, si dice, con picchi di 800 nei giorni più ostili all’uomo. Considerati alla stregua di gas neurotossici dall’Università di Yale, i gas i cui effetti irritanti e nocivi sono ben noti si rivelano dannosi specialmente per i giovani, specialmente in zone umide, o con esposizioni massicce.
Esistono quindici tipi di gas lacrimogeno. Una munizione costa di media 40e. Ovvero 8.000 euro al giorno nei giorni buoni, 28.000 nei giorni in cui si vuole bloccare un corteo, 32.000 nei giorni peggiori. Poiché lo smantellamento è vicino, gli abitanti della giungla vanno dissuasi dal restare, anche lì dove non volevano stare.
Il migrante è un capitale, la caccia al migrante è un capitale, il viaggio di un migrante è una somma di capitali, il mancato viaggio di un migrante è il sommo sogno del capitale.

Il più grande produttore di gas lacrimogeno del mondo si chiama Combined Systems. Ha sede a Jamestown, minuscolo paesello della dolce Pennsylvania. I suoi principali clienti sono gli Stati Uniti, Israele, l’Egitto, la Colombia e lo Yemen. Con essi e con altri stati clienti, firma contratti per milioni di dollari nei periodi di maggior malcontento sociale.
La Francia si rifornisce in Francia, dalla Alsetex-Lacroix e soprattutto dalla Nobel Sport, antichissimo polverificio di Pont-de-Buis (nel Finistère) ora specializzata in brevetti di “balle de défense” tipo Flash-ball superpro: munizioni anti-sommossa.
A Pont-de-Buis era stato organizzato l’ottobre scorso un week-end d’azioni e assemblee per il disarmo della polizia. Nella ricorrenza dell’omicidio di Rémi Fraisse, ecologista ventunenne ucciso da una granata di quel tipo durante le lotte nel Sivens, l’Assemblée des blessées, des familles, des collectifs, contre les violences policières aveva tenuto una conferenza stampa proprio davanti alla fabbrica di munizioni.
La Nobel Sport esporta anche all’estero. Se esplode una rivolta, la fabbrica applica la rotazione continua, col sistema “3×8”. Una delle sue ultime creazioni repressive fu la Spartan LE-40, altra arma mutilante che gli permise di conquistare il mercato estero.
Il mercato di queste armi definite “non-letali” è stimato a più di 1,6 miliardi di dollari. La “fragranza lacrimogena”, come è d’uso chiamarla in tempi di dissenso, ha fruttato parecchio durante la primavera araba, specialmente in Bahreïn e in Tunisia. La sola esportazione in Arabia saudita e negli Emirati arabi uniti è stimata ad oltre 3 milioni di euro.

Ma non è una semplice questione di danaro. La Francia è considerata « un exportateur de compétences en “gestion de foules”, qui forme les forces répressives étrangères ». Per mantenere alti gli standard della sua expertise, deve continuamente provare l’efficacia delle sue armi e la freschezza delle sue invenzioni. In questo senso, quella “marcia in più” se l’è guadagnata durante le sommosse del 2005, nei suoi “quartiers populaires”. Da allora, oltre all’aumento di contratti per vendita d’armi, la Francia ha formato poliziotti in Cina, in Sudafrica e nell’Egitto di Moubarak. Dalle banlieue in fiamme alle manifestazioni del centro della scorsa primavera, ogni tafferuglio porta profitto.

[Il mercato internazionale legato alla privatizzazione dei campi-container è affare ancor più lucroso e complesso. Se ne discuterà pubblicamente il prossimo martedì a Menilmontant, nella riunione organizzata dall’Observatoire de l’enfermement des étrangers (OEE). Ci sarà anche Nicolas Autheman, autore del documentario À qui profitent les camps ?].

 

A nord del nord, ultima punta di Francia, ultima speranza d’Europa, la giungla di Kalì si erge su una terra fredda e umida, avvelenata dalla vicina fabbrica chimica Tioxide e dalla zone industrielle des Dunes.
La sabbia ha il colore della sabbia ma è fango, l’Oceano si sente ma non si vede, il porto per chi parte non esiste.
Esiste una scuola colorata, una chiesa “ortodossa” ma “per tutti” che si chiama Sainte Mery, esistono l’alimentari, l’hotel, la moschea, i ristoranti, le case e le persone. Tutti pressoché ragazzi, minori.

 

Siamo andati finalmente a Kalì, da così tanto tempo nei nostri cuori, per una manifestazione mai avvenuta.
Siamo andati a Kalì e poi siamo tornati indietro. Come Jude Law, come Banksy. Senza essere neppure Jude Law, e sicuramente senza essere Bansky.

 

Rassegna stampa (aggiornata al 29/10/2016):

 

 

Video

 


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