Bibliothèque nationale de France / Paris 2011 / digital color photos

 

“C’est une bibliothèque pour conserver,
ce n’est pas pour tout le monde”

 

Se non si vuol arrivare con uno di quei treni della metropolitana, privi di conducente e governati da una voce spettrale, alla fermata della biblioteca che si trova in una desolata terra di nessuno bisogna per forza cambiare in place Valhubert e prendere un autobus, oppure proseguire a piedi per l’ultimo tratto, di solito assai ventoso, lungo la riva del fiume, sino all’edificio, che per la sua ricerca del monumentale ha trovato chiara ispirazione nella volontà del presidente della Repubblica di eternare la propria persona ed è – come ho subito capito durante la mia prima visita, disse Austerlitz – niente affatto accogliente, anzi, per principio e senza possibilità di compromesso, in antitesi con le esigenze di ogni vero lettore, sia per le sue dimensioni esterne sia per la sistemazione interna. Chi raggiunge la nuova Biblioteca nazionale muovendo da place Valhubert, dunque, si trova ai piedi di una gradinata, composta di innumerevoli assi scanalate in legno duro, che per una lunghezza rispettivamente di trecento e centocinquanta metri abbraccia ad angolo retto su tre lati l’intero complesso e ricorda lo zoccolo di una ziqqurat. Dopo che ci si è arrampicati per gli almeno cinquanta scalini tanto stretti quanto ripidi, cosa non del tutto priva di pericoli anche per i visitatori più giovani, disse Austerlitz, ci si ritrova su una spianata tale da sopraffare letteralmente lo sguardo e che, costruita con le stesse assi scanalate, si estende fra le quattro torri d’angolo della biblioteca, innalzantisi per ventidue piani, su una superficie pari grosso modo a quella di nove campi da calcio. Soprattutto nei giorni in cui il vento porta la pioggia su questo spiazzo privo di qualsiasi protezione – cosa che, disse Austerlitz, accade piuttosto di frequente -, si potrebbe pensare di essere finiti per errore sul ponte della Berengaria o di qualche altro transatlantico, e non si resterebbe per nulla sorpresi se, di colpo, al suono di una sirena da nebbia, gli orizzonti della città di Parigi si alzassero e abbassassero rispetto al livello delle torri, con lo stesso ritmo del piroscafo che fende le creste dell’onda, o se una delle minuscole figure, imprudentemente avventuratesi sopra coperta, venisse spazzata oltre il parapetto da una raffica di vento e portata lontano sul deserto d’acqua dell’Atlantico. Le stesse quattro torri di vetro, così disse Austerlitz, alle quali, con un’iniziativa che ricorda i romanzi di fantascienza, si sono dati i nomi di La tour des lois, La tour des temps, La tour des nombres e La tour des lettres, suscitano effettivamente un’impressione babelica in chi guarda su verso le loro facciate e immagina lo spazio in prevalenza ancora vuoto dietro le persiane chiuse. Quando mi trovai per la prima volta sul ponte di passeggio della nuova Biblioteca nazionale, disse Austerlitz, mi ci volle un po’ di tempo per riuscire a scoprire il punto da dove i frequentatori vengono trasportati con una scala mobile al sotterraneo, che in realtà è il parterre.
Questo venir ricondotti in basso, dopo essere appena saliti con tanta fatica sul plateau, mi parve subito una scelta dissennata, evidentemente concepita apposta – altra spiegazione non so darmi, disse Austerlitz – per scoraggiare e avvilire i lettori, tanto più che il percorso in discesa termina di fronte a una porta scorrevole dall’aspetto provvisorio, che il giorno della mia prima visita trovai chiusa con catena e lucchetto, e davanti alla quale bisognava lasciarsi perquisire dagli addetti alla sicurezza vestiti con una specie di uniforme. Sul pavimento del grande atrio d’ingresso, coperto da una moquette color ruggine, sono disposti a notevole distanza fra loro sedili bassi di vario genere, come panche imbottite senza schienali e seggioline di tipo pieghevole, su cui i frequentatori della biblioteca riescono a sistemarsi solo in modo tale che le ginocchia arrivano loro più o meno all’altezza della testa, sicché il mio primo pensiero nel vederli, disse Austerlitz, fu che quelle figure accovacciate sul pavimento, solitarie o a piccoli gruppi, si fossero sedute lì nelle ultime luci rossastre della sera durante la traversata del Sahara o della penisola del Sinai. È ovvio, proseguì Austerlitz, che dal rosso atrio del Sinai non si può entrare senz’altro nel bastione interno della biblioteca; per prima cosa bisogna presentare la propria richiesta a uno dei punti informazione presidiati da una mezza dozzina di signore, dopodiché, se la richiesta travalica anche solo minimamente il più semplice dei casi, bisogna prendere un numero, un po’ come all’ufficio delle imposte, e aspettare spesso una mezz’ora o anche più sino a quando non si viene invitati da un altro bibliotecario in una cabina a parte, dove finalmente, quasi si trattasse di una faccenda piuttosto sospetta e in ogni caso da risolvere solo in separata sede, è consentito esprimere i propri desideri e ricevere le istruzioni relative.

 

W.G. Sebald, Austerlitz

 


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