Roma / Novembre 2012 / digitale colore

 

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Adriano De Angelis fa lo scultore da cinquantacinque anni negli studi di Cinecittà. Ha ereditato il mestiere di scenografo dal nonno Angelo e dal padre Renato e l’ha trasmesso ai suoi figli. I suoi incredibili ateliers-magazzini contengono 15mila pezzi tra stucchi, plastiche, sculture, oggetti d’arredamento, statue, statuette, bocche di squali, calchi, merletti, madonne, manichini, sfingi e soldatini, amabili rovine. Più che un collezionista, si definisce un “raccoglitore”, uno che fabbrica e raccoglie oggetti di scena e oggetti di vita, uno che, come scrisse il padre sulle pareti dell’atelier, apprezza i materiali e il tempo che ne determina il cambiamento. La CineArs, che dal 1919 crea sfondi e scenografie per il cinema, deve certo adeguarsi all’evolversi dei materiali, ma l’importante, afferma De Angelis, resta l’attenzione, la cura dell’artigiano. Adriano De Angelis è anche, ai nostri occhi, uno storico di Cinecittà, e ci ricorda il Lumpensammler, figura benjaminiana che s’impolvera tra i rifiuti materiali della storia dell’arte e della decorazione, archeologo del cinema che qui svolge il doppio compito di fabbricare e conservare l’inesauribile serie di oggetti manipolati. I suoi ateliers, non meno delle strade che li circondano, conservano frammenti temporali eterogenei, narrazione non lineare dei cambiamenti dell’arte scenografica. Queste impronte di sogno, calchi di quei film visti e rivisti che hanno scandito la nostra conoscenza del cinema, rappresentano un’«invitation à se souvenir…», a recuperare il sommerso e il rimosso della nostra memoria cinefila. Nel saggio ormai classico L’Homme ordinaire du cinéma, Jean-Louis Schefer scriveva che il cinema ci insegna un’invenzione del tempo, dislocando il nostro sguardo verso una temporalità fino allora inedita. I magazzini di Cinecittà conservano questa tensione storica propria al cinema, una contemporaneità di souvenirs, oblio e immaginazione.

Due anni fa, l’Italian Entertainment Group, holding che controlla la maggioranza di Cinecittà Studios Spa, ha illustrato il progetto di riconversione: al posto degli storici set dell’Antica Roma, dei teatri di posa felliniani o dei fondali pronti a riprodurre l’altrove sulla via Tuscolana, un immenso resort composto da ristoranti, piscine, alberghi a 5 stelle, palestre, beauty farm, parcheggi, punti di ristorazione. Storia nota, che ricorda lo stesso destino subito dalla Cineteca Nazionale e dalla Discoteca di Stato.

Non sarà più soltanto Roma a prestare le scene al cinema italiano, e questo non è certo un male. Forse questi teatri di posa, destinati ormai quasi del tutto a format, reality e fiction, dovrebbero davvero ripensare se stessi. Ma i luoghi che hanno ospitato e prodotto 75 anni di storia del cinema non andrebbero allo stesso tempo preservati? La maggior parte dei lavoratori a rischio appartiene al reparto scenografie degli Studios. Dopo 85 giorni di proteste, gli occupanti hanno consegnato al presidente della Repubblica diciottomila firme di lavoratori, tecnici, cittadini: appello a non disperdere, a non smantellare.

La responsabilità dell’artigiano raccoglitore salva ciò che è stato e si rivolge a noi, al nostro tempo. Il “nulla deve andare perduto”, desiderio di proteggere le rovine dai passi maldestri delle nuove politiche di risparmio culturale, accomuna sicuramente lo scenografo al fotografo. Anche il materiale della fotografia è radicalmente cambiato negli ultimi anni, e i nuovi mezzi non lasciano certo immutati il linguaggio, lo sguardo dietro la fotocamera. Se essi sono chiamati a ripensarsi, a mostrarsi in abiti nuovi, è pur vero che alcuni dei suoi compiti e delle sue aspirazioni restano intatti. Documentare la bellezza di questi luoghi è un tentativo di mostrare il potenziale sommerso di queste riserve dell’immaginario collettivo.

 
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